
Letture e riflessioni
«Sono il brigadiere Bulzaga. Signorina Pascal è in casa?» Stefano mi diede uno spintone, lanciandomi al suolo. «Sì, sono in casa» risposi con voce tremante. «Può aprire gentilmente?». Mi divincolai, Stefano provò a bloccarmi, ma ero determinata: riuscii a rialzarmi e mi catapultai ad aprire la porta, trovando davanti agli occhi la mia salvezza. «Abbiamo ricevuto una chiamata in cui ci riferivano che provenivano urla da quest’appartamento. Va tutto bene?» Il brigadiere si guardò attorno forse in cerca di segnali riconducibili a una lite. «Sì, tutto bene» rispose Stefano anticipandomi. «Signorina?» «Sì, brigadiere.» La mia voce era incerta. I carabinieri erano stati allertati dai miei vicini che, fortunatamente, non avevano nascosto la testa sotto la sabbia. Molte persone tacciono di fronte a certe circostanze, fingono di non notarle e poi ci sono gli eroi senza mantello, quelli che non fanno tanto rumore, ma ti salvano la vita, quelli cui andrebbero dedicate delle statue, quelli che, grazie al cielo, esistono e hanno coraggio da vendere. Dio li benedica. Avrei voluto dire la verità, volevo essere salvata, ma la paura prese il sopravvento. «Se dovesse esserci qualche problema noi siamo di pattuglia nella zona, non esiti a chiamarci. D’accordo?» Il brigadiere parlava con entrambi, ma i suoi occhi erano rivolti a me. «Non si preoccupi.» Tremavo, ma i carabinieri mi fecero capire che non sarebbero andati lontano. […] Decisi che, da quel momento in poi, avrei messo me stessa al primo posto e che sarei stata una persona nuova: la persona che avrei sempre voluto e dovuto essere. Sono Beatrice Pascal, forse non sarò più la stessa, ma sono libera e questo status lo suggello con il mio sangue e un segno della croce sul cuore
Queste righe sono estratte dal romanzo “Un’altra vita” di Lidia Laudani, scrittrice che affronta con grande profondità il tema della violenza domestica, utilizzando la sua penna come strumento di denuncia sociale. Nei suoi lavori, Lidia esplora le conseguenze psicologiche e fisiche di una violenza che si consuma tra le mura domestiche, ma che troppo spesso resta invisibile agli occhi della società.
La violenza domestica è un dramma silenzioso che si consuma tra le mura delle case, spesso invisibile al di fuori. Le vittime, spesso isolate e intrappolate in un ciclo di paura e sottomissione, si trovano a dover affrontare il dolore in solitudine, temendo le ripercussioni di ogni possibile intervento. Tuttavia, come dimostrato in numerosi casi, sono proprio i vicini di casa che, con la loro consapevolezza e il loro coraggio, possono fare la differenza tra la vita e la morte.
Nel caso descritto nel romanzo, la protagonista subisce quotidianamente abusi da parte del suo compagno, il quale la minaccia e la umilia. Nonostante il terrore e la paura, un atto semplice ma fondamentale da parte dei vicini di casa – la chiamata alle forze dell’ordine – diventa un punto di svolta. Quando la violenza è visibile a chi ci circonda, quando le urla e i segni di dolore sono evidenti, è proprio l’intervento tempestivo dei vicini che può interrompere la spirale di violenza. Questa vicenda ci mostra che i vicini non sono figure marginali, ma possiedono un potere inestimabile: la possibilità di fermare un abuso prima che diventi irreversibile. Molte vittime di violenza domestica si sentono imprigionate dal proprio aggressore, senza via di fuga e incapaci di chiedere aiuto per paura di ritorsioni. I vicini, che spesso si trovano nella posizione di essere i testimoni diretti di ciò che accade, possono diventare gli alleati più determinanti nel processo di salvataggio.